ECONOMIA E LAVORO

ECONOMIA

Dalla cura dell’ambiente nasce benessere e lavoro

Come abbiamo spiegato negli altri punti del programma, in particolar modo in quelli riguardante Ambiente e Turismo, la Toscana del futuro potrebbe offrire molta più ricchezza diffusa, e quindi più occupazione (oltre che salute e benessere generale).
Noi vogliamo innanzi tutto individuare gli sprechi, quindi investire massicciamente sulla tutela dell’ambiente, che ha subito negli una colpevole riduzione di investimenti, fino a svilire il ruolo degli organi addetti ai controlli.

Basta sprechi e mala-gestione, basta furti ai danni dei cittadini
Le partecipate in Toscana sono in rosso, inefficienti, incapaci di produrre risultati, piene di debiti; sono voragini che si allargano di anno in anno, sanguisughe che costringono le casse pubbliche a una costante lievitazione della spesa utile solo a ripianare i buchi e a tamponare un calo del patrimonio che sembra inarrestabile. La crisi è strutturale, dovuta a un sistema di governance non adeguato e l’attuazione del piano di riassetto non è soddisfacente. Questa è la durissima sintesi con cui la sezione toscana della Corte dei conti e la Procura della giustizia contabile dipingono la gestione delle partecipate della Regione Toscana nell’ultima relazione sul rendiconto del bilancio 2019. Secondo la procura traspare un’incapacità del socio pubblico, anche nei casi di partecipazione di maggioranza, a incidere sull’indirizzo dell’attività delle società partecipate, e ciò rende inefficace l’esercizio dei diritti societari regionali.
Lasciare la gestione della cosa pubblica a chi è così chiaramente la causa diretta di questo scempio non è più accettabile.
Noi proponiamo di rivedere totalmente il modello di gestione della cosa pubblica, bloccando la forza attrattiva di quel gorgo senza fondo che solo l’anno scorso è costato ai cittadini toscani 244 milioni di euro (serviti a sanare la bancarotta di questi carrozzoni). Eppure il costo dei servizi (acqua, rifiuti…), a causa di privatizzazioni scriteriate e finanziarizzazioni delle società dei servizi, in Toscana sono tra i più cari d’Italia.
Inoltre la spesa sanitaria toscana nel 2005 era di 5.743.000.000 e nel 2018 7.547.000.000 (dati Istat): ma se i posti letto e gli ospedali sono stati tagliati, dove sono finiti i maggiori costi?
Prendiamo per esempio il sistema di finanziamento per la costruzione dei 4 nuovi nosocomi decisa nel dicembre 2002 con l’approvazione da parte del Consiglio regionale del piano pluriennale degli interventi sanitari strategici. Il termine project financing presuppone un coinvolgimento rilevante di capitali privati nell’investimento per un’opera pubblica (le direttive Eurostat ammettono una quota di parte pubblica non superiore al 50% per giustificare il ricorso a questo strumento). Ben diversa, invece, è la realtà che è emersa nella sanità toscana. La situazione, peraltro, è pure peggiorata rispetto al piano iniziale di investimento. La quota pubblica (come hanno evidenziato i giudici della sezione di controllo) è lievitata dal 65 all’89%. Parallelamente la quota privata si è ridotta dal 35 all’11%. In altre parole, l’incremento dei costi è stato anticipato e pagato interamente da parte pubblica. Non solo. Anche il monitoraggio sui lavori ha lasciato perplessi. Si parla di «modesta attività di controllo», anche a causa della direzione dei lavori, affidata, per disposizione legislativa, all’esecutore stesso. I contratti controfirmati dalla Regione, inoltre, presentano una «spiccata convenienza» per il concessionario, cioè l’investitore privato coinvolto nell’operazione. In effetti la Corte dei Conti constata che solo per la costruzione degli edifici le Asl hanno sborsato qualcosa come 359,16 milioni, mentre altri 1, 227 milioni derivano dai canoni di leasing per i servizi.
Tutto questo è inaccettabile. Quest’enorme montagna di soldi potrebbe essere utilizzata per creare lavoro a partire dal basso, favorendo per esempio la creazione di cooperative di servizi gestite dai lavoratori e di loro proprietà, diffuse sul territorio, oppure i lavori pubblici di cui tanto hanno bisogno le nostre infrastrutture, oppure, come già detto, per rafforzare (se non creare da zero) un nuovo settore per la gestione dell’ambiente, dal quale nascerebbe ricchezza e nuovi posti di lavoro. Noi vogliamo estirpare questo tumore che ogni anno uccide l’economia e la salute democratica della Toscana e avviare un nuovo, virtuoso corso.

Digitalizzazione: opportunità per i colossi e fatica per le PMI
Amazon paga il 4 % di tasse in Irlanda; una PMI ne paga il 68% in Italia. In Italia gli imprenditori iniziano a lavorare per se stessi da fine agosto e col Covid e senza fondi immediati, senza rimborso e con anzi nuovi debiti per i privati, la moria delle PMI sarà apocalittica.
Secondo IRPET tra i favoriti dai finanziamenti alle imprese ci sono più alcuni territori (San Miniato) che altri – ed in particolare è favorita la media impresa piuttosto che la piccola, dobbiamo invertire la rotta sostenendo anche la micro e piccola impresa, è opinione condivisa e diffusa infatti che la crisi del CoViD 19 abbia colpito soprattutto la micro e piccola impresa.
Oltre a stabilire ampi fondi a sostegno per le PMI, dobbiamo valutare la situazione burocratica in cui le stesse sono costrette a muoversi, Covid o non Covid.
In Italia per la prima volta anche i commercialisti hanno fatto sciopero contro i deliri del governo, che sembra quasi avere la volontà di mettere i bastoni tra le ruote alle PMI.
L’anello debole in questa fase di transizione verso l’economia digitale è rappresentato proprio dalle PMI, in particolare quelle che si posizionano nella parte intermedia della catena della produzione, verso le quali una politica industriale territoriale dovrebbe svolgere una funzione anticipatrice o comunque di accompagnamento rispetto all’imposizione dall’alto dei processi di digitalizzazione. La velocità di trasformazione e di innovazione con la quale le tecnologie digitali evolvono e generano applicazioni nei processi di produzione richiedono infatti alle PMI una capacità di adattamento diversa rispetto al passato, in cui la flessibilità organizzativa e le competenze non codificate consentivano di rimanere competitive nella catena della fornitura.
Noi accentueremo la selettività e specificheremo gli obiettivi della nostra azione non limitandoci a supportare investimenti generici verso i fattori della produzione, ma cercando di cogliere i punti su cui intervenire a sostegno dell’impresa.
Dobbiamo offrire all’impresa una strumentazione di incentivi integrata, quindi una cassetta degli attrezzi a cui accedere e operare, avendo a riferimento un piano di investimenti orientato alla realizzazione dell’output precedentemente individuato.
Una nuova politica industriale regionale in tal senso orientata richiede, anche rispetto alle politiche dell’Unione europea, un diverso e rinnovato approccio anche da parte della strumentazione strategica, dall’esercizio della RIS3 (Strategie di innovazione nazionali o regionali per la specializzazione intelligente) alle modalità di valutazione delle politiche. È fondamentale sviluppare valutazioni di impatto micro e soprattutto a livello comparato rispetto ai diversi livelli istituzionali.

Per una economia che metta al primo posto la risposta ai bisogni interni
IL Made in Tuscany
Passare dal modello economico che ci costringe a massimizzare le esportazioni ad una economia che metta al primo posto la risposta alla domanda interna
Il sistema di incentivi alle produzioni locali, specialmente (ma non solo) alimentari, ha la finalità di sostituire il più possibile i prodotti di importazione con prodotti sani e locali allo scopo di dare occupazione, sganciandosi dalla dipendenza della grande distribuzione che fa capo alle grandi multinazionali (prodotti low-cost della globalizzazione, frutti di un sistema che non rispetta le persone, i lavoratori e il territorio) e dal commercio on-line, così da vivificare l’economia locale, per influire positivamente sul necessario decongestionamento ambientale ed evitare che la ricchezza prodotta localmente vada dispersa.

Basta con la politica amica degli inceneritori, gassificatori, (e di chi li produce e gestisce): la ricchezza dei rifiuti. Avanti con una vera economia circolare.

Dobbiamo smetterla di bruciare i rifiuti per far guadagnare le aziende che gestiscono gli inceneritori (vicine a una certa politica), non solo per tutelare la salute (vedi il capitolo Ambiente), ma anche per creare realmente nuove, fondamentali realtà industriali. La valorizzazione della filiera dei rifiuti significa creare centri di ricerca, riuso e riparazione. Quasi tutto può essere riutilizzato. Certo, è più facile (e lucroso… per pochi) bruciare , non richiede alcuna visione politica, alcuna progettualità, alcuna competenza, come ci hanno insegnato coloro che gestiscono la cosa pubblica in Toscana, tra le più convinte regioni a incentivare l’abbruciamento indiscriminato che poi siamo tutti noi a pagare (in termini di soldi, di costi del servizio e di salute, ancora più salati per il sempre maggior numero di malattie riconducibili all’inquinamento dell’aria).
In Toscana abbiamo l’esempio virtuoso di Capannori, che ha creato un centro di studi per l’obiettivo Rifiuti Zero. Il sindaco di Capannori fu avversato dal suo stesso partito (PD) per la sua politica visionaria sui rifiuti. Noi invece chiameremmo queste preziosissime competenze per aiutarci a rendere l’intera Toscana più ricca grazie ai rifiuti, creando quindi posti di lavoro e abbassando i costi del servizio di gestione secondo il principio in ragione del quale i rifiuti debbono essere gestiti nei territori dove vengono prodotti. Piccoli impianti di riciclaggio che impattino il meno possibile sul territorio che li ospita.
Ancora i rifiuti vanno affrontati a monte non a valle, riducendo drasticamente la plastica ad esempio e investendo sulla ricerca se mira ai Rifiuto ZERO.

Toscana leader nella qualità della vita: il brand Toscana
Lo sviluppo toscano dal dopoguerra a oggi è uno degli esperimenti più riusciti di economia civile al mondo. Il modello toscano condivide con le società nord-europee un ampio ruolo del settore pubblico, al quale ha storicamente affiancato un ancora più ampio ruolo della società civile. È proprio questa la nostra specificità, ciò che qualifica l’economia toscana come “civile”.
Tutto questo è inestricabilmente connesso alla qualità della vita: qualità urbana, delle relazioni umane, del lavoro, dell’ambiente, del cibo, e anche qualità della democrazia. È la qualità della vita la nostra forza economica. La nostra economia è intrecciata alla qualità della vita, non solo nel turismo ma anche nell’industria e nell’agricoltura.
Una grande storia produce benefici presenti se vive, si evolve, si rinnova attraverso esperimenti sociali di successo; non se la si recinta intorno ai monumenti. Quello che dovremmo valorizzare è il ruolo della Toscana come promotrice di un modello civile, equo, sociale e compatibile con l’ambiente. La crisi dei modelli fino a oggi dominanti costituisce un’occasione formidabile per la nostra regione.
Oggi anche il modello toscano è in crisi. La sua crisi non ha niente di specifico: è quella che vive tutto l’occidente. Crisi industriale, delocalizzazione, perdita di coesione sociale e di identità culturale, recessione, crisi fiscale e del welfare. In Europa la tentazione di rispondere a questa crisi con la paura, la chiusura, alzando nuovi recinti, è forte: razzismi, fascismi, populismi, sciovinismi fioriscono ovunque. Dopotutto è un film già visto in Europa negli anni 30 del secolo scorso, quando la reazione all’ultima grande depressione fu proprio di questo tipo.
La Toscana, in quanto espressione tra le più avanzate di un capitalismo europeo con tratti fortemente sociali, rappresenta l’altro possibile percorso d’uscita dalla crisi. I suoi tratti civili e sociali possono essere approfonditi e innovati percorrendo la sperimentazione della qualità della vita, la via di una umanizzazione della società e dell’economia.
La domanda di qualità della vita è globale. L’estensione ai paesi in crescita dell’enorme domanda di qualità della vita che ha caratterizzato le ultime decadi di storia europea. I beni comuni sono i simboli che hanno radicato le proteste in paesi come la Turchia o il Brasile, sono infatti un aspetto cruciale della qualità della vita.
I protagonisti di questa globalizzazione della domanda di qualità della vita sono le classi medie dei paesi di recente sviluppo. La storia di questi paesi ricalca quella europea: quando la classe media diventa abbastanza estesa la domanda di qualità della vita si impenna.
La Toscana ha l’occasione di contribuire a costruire l’offerta e soprattutto di apporvi sopra il proprio marchio. Tutto il nostro programma è finalizzato a questo: migliorare la vita dei toscani, rendere la Toscana uno dei luoghi più giusti, sani, puliti e democratici al mondo liberandola dalle influenze che vogliono esclusivamente sfruttare la cosa pubblica.
La creazione di parchi pubblici diffusi; il rifiuto della barbarie contro gli animali; riduzione drastica della plastica; la riduzione delle emissioni di Co2 e dei veleni nell’aria, sui terreni e nelle acque; la creazione di nuovi settori all’avanguardia mondiale nella gestione ecologica del territorio: tutto questo avrebbe la straordinaria conseguenza di rendere la Toscana un brand riconoscibile a livello globale, unico, e in tal modo avvantaggiare tutte le aziende produttrici ad essa legate. Un volano infine per il turismo che oltre al paesaggio, al cibo, alle opere d’arte, ai palazzi storici potrà apprezzare
In altre parole il “marchio Toscana” come sinonimo di qualità della vita.